Perché ho smesso di usare la parola “periferia” (e forse dovresti farlo anche tu)
Di Valeria Lorenzelli
Quali parole usi per descrivere i luoghi della tua città?
Devo confessarti una cosa: provo una profonda avversione per la parola “periferia”. È un fastidio sottile, quasi impercettibile. Ogni volta che sento qualcuno usarla per descrivere parti della mia città o di altre città, mi chiedo quali presupposti nascosti stiano inconsciamente cercando di sostenere.
Nel corso del tempo, mi sono resa conto che è un termine che nasconde una gerarchia di valori implicita, una divisione che va ben oltre la semplice geografia urbana. La “periferia” non è mai solo un luogo fisico. È un costrutto sociale, carico di giudizi. Porta con sé una narrativa predefinita di marginalità e mancanza; una distanza che non è solo fisica, ma anche culturale e morale, da un presunto “centro” di maggiore importanza.
Il potere nascosto delle parole
Nel mio lavoro di placemaking, ho imparato che i luoghi sono anche storie. Sono narrazioni collettive che definiscono il modo in cui vediamo gli spazi, come viviamo in essi, come investiamo in essi e persino come costruiamo le politiche pubbliche per trasformarli. Le parole che scegliamo per descrivere i luoghi sono proprio questo: una scelta. E per questo motivo non sono mai neutre.
Quando etichettiamo un quartiere come “degradato”, “a rischio” o “dormitorio”, costruiamo una narrazione che influenza le percezioni, le decisioni politiche e il senso di appartenenza di chi ci vive ogni giorno. Come ha scritto Henri Lefebvre, teorico della “giustizia spaziale”: “Lo spazio urbano non è un contenitore neutro, ma un prodotto sociale che riflette i rapporti di potere”. E il linguaggio è uno degli strumenti più potenti attraverso cui questi rapporti di potere vengono espressi e perpetuati.
Etichettare un quartiere come “periferia” è come un bullo che dà a un compagno di classe un soprannome umiliante. Il soprannome non descrive realmente la persona, ma crea una narrativa che la indebolisce, una narrativa che gli altri accettano senza discutere. Nel tempo, questa etichetta influenza il modo in cui gli altri la vedono e persino il modo in cui lei stessa inizia a vedersi. Allo stesso modo, definire un quartiere con etichette negative costruisce una narrativa che influisce sia sulla percezione esterna che sull'identità di chi ci vive.
L'uso della parola “periferia” da parte di alcuni media, in particolare quelli che si occupano di cronaca nera, è particolarmente problematico. Questi media tendono a abusare del termine per generalizzare e descrivere rapidamente situazioni preoccupanti. In questo modo, suscitano un'apprensione inconscia nel lettore o, al contrario, un senso di privilegio derivante dal sentirsi distanti da tali realtà.
Sebbene sia difficile quantificare con precisione la portata di questo fenomeno, i rapporti dell'Osservatorio di Pavia, le iniziative della Fondazione Bracco (come il convegno “Dieci, cento, mille centri”) e gli studi di Save the Children confermano tutti un problema strutturale: la narrativa mediatica e sociale delle periferie si concentra spesso sulla deprivazione, il degrado e l'emarginazione. Il risultato è che le opportunità, le risorse e il potenziale di sviluppo presenti in queste aree vengono oscurati.
Come sottolinea Save the Children nel suo “Atlante dei bambini a rischio”:
"Uno dei problemi dei bambini e dei giovani delle periferie italiane è la pigrizia mentale con cui, da decenni, continuiamo a rappresentare i contesti in cui nascono e crescono. Titolo dopo titolo, immagine dopo immagine, abbiamo contribuito a creare etichette indelebili che si attaccano a loro, alimentando rabbia e frustrazione. Mentre la reputazione di alcuni quartieri rischia di marcare le aspirazioni e i sogni di molti giovani, il termine “periferia” è usato in modo così ossessivo da aver quasi perso ogni significato“.
Questa rappresentazione selettiva crea ciò che il sociologo urbano Loïc Wacquant chiama ”stigma territoriale". Si tratta di un processo in cui l'immagine pubblica negativa di questi quartieri si imprime sia nella coscienza collettiva che nelle politiche statali, alimentando pregiudizi e paure. Si innesca così un circolo vizioso in cui lo stigma mediatico rafforza l'isolamento sociale e il disinvestimento economico.
La voce degli abitanti
Un aspetto fondamentale, spesso trascurato, è l'impatto che queste narrazioni hanno su coloro che vivono nei territori etichettati come “periferie”. Quando ascoltiamo gli abitanti, emerge un rapporto complesso e ambivalente con queste narrazioni esterne.
Da un lato, troviamo una forte identificazione con la loro zona e un senso di comunità spesso più intenso che altrove, talvolta accompagnato da un'interiorizzazione di quello stigma. Dall'altro, questa consapevolezza può anche generare proattività, azioni positive e la forza di agire in modo autentico e affermare il proprio diritto all'autodeterminazione.
Questo è un problema significativo per gli adolescenti, che stanno ancora definendo la propria identità e potrebbero finire per autolimitare il proprio potenziale. Coloro che vivono in contesti stigmatizzati possono interiorizzare l'idea di vivere in un luogo di minor valore o con minori opportunità, al punto da rinunciare a cercare possibilità future.
Come professionista che lavora in queste comunità, ciò che trovo più importante è che questa narrativa unidimensionale non offre alcun sostegno alle persone e non apre alcuna porta al miglioramento.
Un nuovo lessico per le nostre comunità
Questa consapevolezza mi ha portato a scrivere il mio playbook, “#1Post.t: Words That Map Places”: una guida al linguaggio per descrivere i quartieri che supera gli stereotipi e i pregiudizi e ci aiuta a vedere le nostre comunità con occhi nuovi. Questo playbook offre strumenti concreti e nuovi modi di vedere e parlare della complessità urbana contemporanea nella sua interezza, andando oltre le semplificazioni eccessive che spesso caratterizzano il dibattito pubblico.
Prendiamo, ad esempio, l'espressione “sobborgo dormitorio”. Questo termine riduce un'intera comunità alla sua funzione residenziale, come se fosse fondamentalmente vero che le persone vi tornano solo per dormire, vivendo la loro “vera” vita quotidiana altrove. Una narrativa più equilibrata riconoscerebbe invece le relazioni sociali, le piccole imprese e tutti gli elementi che compongono la vita quotidiana di un quartiere. Termini come “rete di quartiere” evidenziano i legami tra i residenti, mentre “ecosistema di quartiere” mette in luce le complesse dinamiche sociali ed economiche. Anche definizioni come “contesto abitativo”, “struttura urbana” o “tessuto urbano” offrono un quadro più completo ed evitano di svalutare il luogo. Oppure, possiamo semplicemente chiamarlo “quartiere” e lasciare che siano gli eventi e le storie di chi ci vive a definirne l'identità.
Sviluppare un vocabolario più preciso significa quindi mettere in discussione criticamente le categorie che utilizziamo per interpretare questi territori. Significa riconoscere la loro intrinseca complessità e le molteplici identità che li caratterizzano, al di là di schemi riduttivi.
È fondamentale chiarire e riconoscere i limiti del nostro linguaggio, perché questo ci permette di andare oltre la semplice esistenza di situazioni fragili. Infatti, quando un'area sta vivendo una reale vulnerabilità sociale o violenza, il primo passo verso un cambiamento autentico è quello di restituire dignità a quel luogo attraverso un linguaggio rispettoso.
“Un problema ben definito è un problema già mezzo risolto.” — Charles Kettering
Un approccio veramente trasformativo inizia con un cambiamento di prospettiva. Dobbiamo vedere questi luoghi come territori con una propria identità, definire chiaramente il problema, comprendere appieno le loro risorse e il loro potenziale specifici e affrontare efficacemente qualsiasi sfida.
In definitiva, il vocabolario che usiamo per descrivere le nostre comunità è una questione di giustizia territoriale. Abbandonare la logica binaria centro/periferia significa abbracciare una visione policentrica delle nostre città, in cui ogni quartiere è valorizzato per la sua unicità, non misurato dalla sua distanza da un presunto centro.
Scarica il playbook “Words That Map Places” per iniziare il tuo viaggio verso un uso più consapevole del linguaggio territoriale. Che tu sia un comunicatore, un amministratore pubblico, un professionista o semplicemente qualcuno interessato a vedere la tua città con occhi nuovi, questa guida offre strumenti concreti per uno stile di comunicazione più rispettoso della complessità delle nostre comunità.
Allora, quali parole usi per descrivere i luoghi della tua città?
Articolo pubblicato su concessione di Eunwa l'originale lo potete trovare qui